

Diciannove.

1848: dalla instabilit.
alle rivoluzioni.


72. Le rivoluzioni del 1848: il ruolo delle varie classi sociali.

Da: E. J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848, Il
Saggiatore, Milano, 1963.

Negli anni immediatamente precedenti il 1848 il presentimento di
un'imminente rivoluzione era avvertito non solo dai rivoluzionari,
ma anche da tutte le forze politiche e sociali, dalle classi
dirigenti alle masse popolari. Nell'analizzare le caratteristiche
di tale fenomeno lo storico inglese Eric John Hobsbawm presenta le
rivoluzioni del 1848 come il risultato di una crisi sia economica
che politica ed evidenzia il ruolo svolto dalle diverse classi
sociali. La borghesia era consapevole che per una sua ulteriore
espansione erano necessarie pi o meno profonde trasformazioni
politiche; a queste si opponevano tenacemente le monarchie
assolute e le classi aristocratiche, bench fossero coscienti che
la storia era contro di loro. La paura della rivolta popolare
fren la borghesia; a muoversi furono allora i lavoratori, i
quali, per, pensavano che la crisi irreversibile dell' ancien
rgime coincidesse con la crisi del capitalismo, mentre quello che
segu le rivoluzioni non fu il crollo del capitalismo, ma il
periodo della sua pi rapida espansione e del suo pi
incontrastato trionfo.


In breve, negli anni intorno al 1840 il mondo si trovava in una
posizione di equilibrio instabile. Le forze della rivoluzione
economica, tecnica e sociale, scatenate nell'ultimo mezzo secolo,
erano senza precedenti e irresistibili, anche per il pi
superficiale degli osservatori. D'altra parte, le loro conseguenze
istituzionali erano ancora modeste. Era inevitabile, per esempio,
che prima o poi la schiavit e la servit della gleba
scomparissero ufficialmente (salvo qualche residuo in regioni
remote o non ancora toccate dalla nuova economia), come era
inevitabile che la Gran Bretagna non potesse rimanere per sempre
il solo paese industrializzato. Era inevitabile che le
aristocrazie terriere e le monarchie assolute dovessero capitolare
in tutti i paesi nei quali si stava sviluppando una forte
borghesia, quali che fossero i compromessi o le formule escogitati
per conservare il proprio stato, la propria influenza e persino il
proprio potere politico. E inoltre, era inevitabile che
l'infusione di una coscienza politica e di un'attivit politica
permanente nelle masse, che era la grande eredit lasciata dalla
Rivoluzione francese, dovesse prima o poi significare che queste
masse avrebbero avuto la loro parte ufficiale nella politica. E
date la considerevole accelerazione subita dalle trasformazioni
sociali sin dal 1830 e la ripresa del movimento rivoluzionario in
tutto il mondo, era chiaramente inevitabile che dei mutamenti -
qualunque fosse la loro precisa natura istituzionale - non
sarebbero tardati a venire.
Tutto ci bastava a suscitare negli uomini di quel tempo il
presentimento di un'imminente trasformazione. Ma non bastava a
spiegare il presentimento, che dominava tutta l'Europa, di
un'imminente rivoluzione sociale. E' assai significativo il fatto
che questo presentimento non fosse limitato ai rivoluzionari, che
lo esprimevano nei modi pi elaborati, n alle sole classi
dirigenti, che in tempi di mutamenti sociali sentono sempre
riaffiorare la paura della massa dei poveri. Gli stessi poveri lo
provavano. Lo esprimevano le classi istruite del popolo. Tutte le
persone bene informate, scriveva da Amsterdam il console
americano durante la carestia del 1847, descrivendo i sentimenti
degli emigranti tedeschi di passaggio in Olanda, esprimono la
convinzione che la presente crisi sia tanto intimamente connessa
con gli avvenimenti del periodo attuale che la si pu considerare
come l'inizio di quella grande rivoluzione che, secondo loro,
dovr prima o poi dissolvere l'attuale stato di cose.
La ragione era che la crisi di quello che rimaneva della vecchia
societ pareva coincidesse con una crisi della nuova. Guardando
indietro a quel periodo,  facile accorgersi che i socialisti che
predicavano l'imminente crisi finale del capitalismo erano dei
sognatori che confondevano le loro speranze con le prospettive
realistiche. Perch in realt quello che ne segu non fu il crollo
del capitalismo, ma il periodo della sua pi rapida espansione e
del suo pi incontrastato trionfo. Tuttavia, tra il 1830 e il
1850, era tutt'altro che evidente che la nuova economia dovesse o
potesse superare le difficolt che pareva andassero sempre
crescendo con la capacit di produrre quantitativi sempre maggiori
di merci con metodi sempre pi rivoluzionari. [...].
Per le masse popolari il problema era ancora pi semplice. Le loro
condizioni di vita nelle grandi citt e nelle zone industriali
dell'Europa occidentale e centrale le spingevano inevitabilmente
verso la rivoluzione sociale. L'odio per i ricchi e per i grandi
di quel mondo amaro in cui vivevano e il sogno di un mondo nuovo e
migliore davano una visione e uno scopo alla loro disperazione,
anche se di questo scopo solo pochi, specialmente in Inghilterra,
si rendevano conto. La loro organizzazione e la felicit di
un'azione collettiva le rendevano forti. Il grande risveglio della
Rivoluzione francese aveva insegnato che il popolo non deve
limitarsi a sopportare docilmente le ingiustizie [...].
Era questo lo spettro del comunismo che incombeva sull'Europa,
la paura del proletariato che assillava non solo i proprietari
di fabbriche del Lancashire o della Francia settentrionale, ma
anche i funzionari statali della Germania rurale, il clero di Roma
e i professori di qualunque paese. E giustamente. Perch la
rivoluzione che scoppi nei primi mesi del 1848 non fu una
rivoluzione sociale solo nel senso che coinvolse e mobilit tutte
le classi sociali. Essa fu n pi n meno che l'insurrezione delle
classi lavoratrici di tutte le citt - e specialmente delle
capitali - dell'Europa occidentale e centrale. Fu la loro forza, e
quasi da sola, a rovesciare gli antichi regimi da Palermo alle
frontiere della Russia. E dalla polvere delle loro rovine, i
lavoratori - e in Francia i lavoratori socialisti - si levarono a
domandare non solo pane e lavoro, ma un nuovo Stato e una nuova
societ.
In mezzo alle agitazioni delle classi lavoratrici, la crescente
debolezza e decrepitezza degli antichi regimi d'Europa
moltiplicava le crisi nel mondo stesso dei ricchi e dei potenti.
[...] In Inghilterra e in Belgio, per esempio, i conflitti tra gli
agrari e gli industriali, e tra i diversi settori delle due
classi, abbondavano. Ma si capiva chiaramente che le
trasformazioni del 1830-'32 avevano risolto la lotta per il potere
in favore degli industriali, ma che ci nonostante lo statu quo
politico si sarebbe potuto congelare solo a rischio di una
rivoluzione, e che questo doveva essere evitato ad ogni costo.
Conseguentemente l'aspra lotta per le leggi sul grano fra gli
industriali britannici fautori della libert di commercio e gli
agrari fautori del protezionismo pot essere combattuta e vinta
(1846) nell'ambito del movimento cartista, senza mettere a
repentaglio neppure per un momento l'unit di tutte le classi
dirigenti contro la minaccia del suffragio universale. In Belgio
la vittoria dei liberali sui cattolici nelle elezioni del 1847
allontan gli industriali dalle file dei rivoluzionari potenziali,
e nel 1848 una riforma elettorale intelligentemente studiata, che
raddoppi l'elettorato, dissip il malcontento di importanti
settori della piccola borghesia. E non vi fu la rivoluzione del
1848, per quanto dal punto di vista materiale il Belgio (o
piuttosto le Fiandre) stesse peggio di qualunque altro paese
dell'Europa occidentale, esclusa l'Irlanda.
Ma nell'Europa assolutista del 1815, l'irrigidimento dei regimi
politici che avrebbe dovuto scongiurare qualunque mutamento di
carattere liberale o nazionale, non lasci altra scelta, anche ai
pi moderati degli oppositori, che quella dello statu quo o della
rivoluzione. Questi, forse, non avrebbero neppure avuto
l'intenzione di ribellarsi da soli ma, a meno che non fosse
intervenuta una rivoluzione sociale irreversibile, non avrebbero
guadagnato nulla se qualcuno non lo avesse fatto. I regimi del
1815 dovevano prima o poi sparire. La convinzione che la storia
fosse contro di loro minava la loro volont di resistenza, e il
fatto che lo era veramente ne minava anche le possibilit. Nel
1848 il primo lieve soffio di rivoluzione - e spesso di
rivoluzione all'estero - li spazz via. Ma finch questo soffio
non venne, essi rimasero. [...].
In teoria la Francia di Luigi Filippo avrebbe dovuto avere la
medesima flessibilit politica dell'Inghilterra, del Belgio,
dell'Olanda e della Scandinavia. In pratica non fu cos. Per
quanto fosse chiaro, infatti, che la classe dirigente francese -
banchieri, finanzieri e uno o due grandi industriali -
rappresentava solo un settore degli interessi della borghesia, e
per giunta un settore la cui politica economica era malvista dagli
elementi industriali pi dinamici e anche da parecchi interessi
acquisiti, il ricordo della Rivoluzione del 1789 impediva
l'attuazione di una riforma. L'opposizione infatti era costituita
non solo dall'insoddisfatta borghesia, ma anche dai ceti medi
inferiori, specialmente quelli di Parigi, il cui peso politico era
decisivo (nel 1846 essi votarono contro il governo, nonostante il
loro suffragio limitato). Estendere il diritto di voto poteva
dunque significare aprire la porta ai potenziali giacobini, i
radicali, che, se non fosse stato per il veto ufficiale, sarebbero
stati repubblicani. Il primo ministro di Luigi Filippo, lo storico
Guizot (1840-'48), prefer quindi lasciare che ad allargare la
base sociale del regime fosse lo sviluppo economico, il quale a
sua volta avrebbe automaticamente aumentato il numero dei
cittadini aventi i requisiti patrimoniali necessari per entrare
nella vita politica. Fu cos infatti. L'elettorato sal da 166.000
nel 1831 a 241.000 nel 1846. Ma questo non bastava. Il timore di
una repubblica giacobina manteneva rigida la struttura politica e
sempre pi tesa la situazione politica della Francia. In
Inghilterra una campagna pubblica a base di discorsi pomeridiani,
come quella lanciata dall'opposizione francese nel 1847, sarebbe
stata perfettamente innocua. In Francia, invece, fu il preludio
alla rivoluzione.
Perch, come le altre crisi governative europee, essa coincise con
una catastrofe sociale: la grande carestia che dilag in tutto il
continente dal 1845 in poi. Il raccolto - e specialmente quello
delle patate - era scarsissimo; intere popolazioni, come quella
dell'Irlanda, morivano di fame; i prezzi dei generi alimentari
salivano. La crisi industriale moltiplicava la disoccupazione, e
le masse lavoratrici venivano private del loro modesto reddito
proprio nel momento in cui il costo della vita saliva alle stelle.
La situazione variava da paese a paese e anche da regione a
regione nello stesso Stato. Fortunatamente per i regimi esistenti,
le popolazioni pi misere, come gli Irlandesi o i Fiamminghi o una
parte degli operai delle fabbriche di provincia, erano anche
politicamente tra le pi immature: gli operai dei cotonifici dei
dipartimenti settentrionali della Francia, per esempio, sfogavano
la loro disperazione sugli altrettanto disperati immigranti belgi
che affluivano nella Francia settentrionale, anzich sul governo o
sui datori di lavoro. Nel paese pi industrializzato, il
malcontento popolare era gi stato notevolmente attenuato dal
grande boom industriale e ferroviario verificatosi verso la met
del decennio 1840-'50. Il 1846-'48 fu un periodo triste, ma non
tanto quanto lo era stato il 1841-'42, e per di pi esso fu il
breve preludio a quella che era realmente una fase ascendente di
prosperit economica. Ma, considerando l'Europa occidentale e
centrale nel suo complesso, la catastrofe del 1846-'48 fu una
catastrofe universale, e l'umore delle masse, sempre ridotte quasi
al livello dei mezzi di sussistenza, era teso e agitato.
Un cataclisma economico europeo coincideva dunque con la evidente
corrosione degli antichi regimi. Una rivolta dei contadini
galiziani nel 1846; l'elezione di un papa liberale nello stesso
anno; una guerra civile tra radicali e cattolici in Svizzera sul
finire del 1847, vinta dai radicali; un'ennesima insurrezione
degli autonomisti siciliani a Palermo all'inizio del 1848. Non
erano semplici pagliuzze sollevate dal vento: erano le prime
raffiche dell'uragano. E tutti lo sapevano. Raramente una
rivoluzione  stata prevista in maniera pi universale, anche se
non si era previsto con precisione dove e quando sarebbe
scoppiata. Tutto un continente aspettava, e la notizia della
rivoluzione sarebbe ora passata quasi istantaneamente di citt in
citt grazie al telegrafo. Nel 1831 Victor Hugo aveva scritto che
gi sentiva il suono cupo della rivoluzione, ancora nelle
profondit della terra, che scava le sue gallerie sotterranee
sotto tutti i regni d'Europa, partendo dal pozzo centrale della
miniera che  Parigi. Nel 1847 quel suono era forte e
vicinissimo. Nel 1848 avvenne l'esplosione.
